Il numero di ciclisti morti in sella ogni anno non diminuisce, anzi. E ad aumentare è anche il clima di odio sulle strade, dove il rispetto per l'utente più debole appare oggi ancora lontano.
Ho praticato ciclismo in una prima fase tra il 2000 ed il 2005. Scelsi la mountain bike, per una maggiore connessione con la natura. In quegli anni ho partecipato a diverse manifestazioni in Emilia-Romagna e, nel 2001, ho anche portato a termine il Cammino di Santiago.
Poi la vita ha fatto altri giri, non in sella però, fino al 2017, quando un ospite di una trasmissione televisiva che allora conducevo semplicemente disse: «Perché non partecipi a questa nostra gara di Triathlon?». E da lì tutto è ripartito, questa volta però su strada.
In quasi dieci anni di pedalate in Italia ed Europa ho avuto modo di constatare ciò che tutti i ciclisti vivono quotidianamente: la strada è pericolosa. Molto pericolosa. E lo è specialmente in Italia, con numeri semplicemente agghiaccianti.
222 ciclisti morti nel 2025.
122 vittime già al 21 luglio di quest'anno.
222 ciclisti uccisi significano 222 famiglie segnate per sempre. Mogli e mariti, figli, fratelli, sorelle e genitori che non vivranno mai più la stessa vita. Significano gruppi ciclistici, aziende, circoli e parrocchie che perdono un amico.
Ma esistono anche gli investitori, persone che vedono cambiare radicalmente la propria esistenza: per un messaggio inviato dal cellulare, per uno stop non rispettato, per un sorpasso azzardato o, nei casi più estremi, per un gesto di folle rabbia.
A loro verrà tolta la patente, dovranno affrontare spese legali, un processo e un risarcimento. E forse non dormiranno mai più serenamente, convivendo con il peso di ciò che hanno fatto.
C'è un prima ed un dopo.
Ed è un solo istante a cambiare tutto, per tutti.
Nel resto d'Europa, invece, le cose sono molto diverse. Molti Paesi hanno investito da decenni in infrastrutture ciclabili moderne e sicure, sfruttando al meglio il territorio e le risorse disponibili.
Mentre in Italia troppo spesso ci accontentiamo di una striscia di vernice bianca ai bordi della carreggiata e di piste ciclabili cittadine sporche o pericolose, in Danimarca l'automobilista ti richiama se non utilizzi la pista ciclabile dedicata, completamente separata dalla sede stradale e persino dotata di una linea centrale rialzata per ridurre ogni possibile distrazione.
La differenza più grande, però, non è fatta di asfalto.
Ha un nome: RISPETTO.
Rispetto per la VITA.
Esistono esempi intermedi, come Slovenia e Croazia, dove piste ciclabili, attraversamenti dedicati e infrastrutture contribuiscono a definire un rapporto molto più equilibrato tra automobilisti e ciclisti.
E poi esiste un esempio ancora più significativo: Gran Canaria. Qui spesso non esistono piste ciclabili né altri dispositivi particolari. Eppure, se la strada non consente un sorpasso sicuro, l'automobilista attende anche diversi minuti, fino a quando può superare il ciclista senza mettere in pericolo nessuno.
Nel 2018, dopo la morte di un ciclista che conoscevo personalmente, dedicai una puntata della trasmissione televisiva "A Tutta Bici" al tema della sicurezza stradale.
Raccontammo il lavoro di Montecatone, centro specializzato nella riabilitazione di chi sopravvive agli incidenti riportando danni fisici e neurologici permanenti. Grazie ai responsabili della Shock Room dell'Ospedale Bufalini di Cesena mostrammo ciò che accade realmente dopo un grave investimento: il sangue nella sala emergenze, l'arrivo dell'elicottero, l'intervento dei medici e le radiografie di corpi devastati dall'impatto con camion e mezzi pesanti.
Purtroppo quella puntata oggi non è più reperibile online. Vorrei che tutti, ciclisti e automobilisti, potessero vederla. Vorrei che tutti potessero comprendere, senza filtri, cosa significa davvero un incidente grave.
Oggi esistono però altri contenuti, più recenti, realizzati anche grazie al nostro lavoro nell'ultimo anno.
Vi invito a guardarli.
Condivideteli.
Inviateli ad amici e parenti.
Affinché la riflessione rimanga costante e il RISPETTO per la sacralità della VITA possa arrivare dove spesso non riescono ad arrivare la politica, le istituzioni, le infrastrutture, il codice della strada, i cartelli o gli influencer.